La “Resistenza” di Federico del Prete: vittima della camorra

Federico del prete

Lottare per i propri diritti anche a costo di farsi ammazzare.

Federico Del Prete, ucciso dalla camorra a Casal di Principe il 18 febbraio 2002, ne aveva almeno due di diritti per cui valeva la pena lottare: difendere se stesso dalle vessazioni della camorra ed esercitare il suo ruolo di garante dei diritti dei lavoratori.

Federico era un venditore ambulante di capi d’abbigliamento, un “mercataro”, che non ci stava ad abbassare la testa di fronte allo strapotere della camorra, né a vedere tanti lavoratori onesti quotidianamente sottomessi. Il giorno dopo l’agguato che gli costò la vita, avrebbe dovuto testimoniare a un processo contro Mattia Sorrentino, un vigile urbano del comune di Mondragone, accusato da Del Prete di essere l’esattore del clan La Torre.

Nell’area mercato di Mondragone e in altre aree mercato della Campania, gli ambulanti erano sottoposti alla forte pressione dei clan: in base alla capacità di vendita dovevano condividere una quota dei loro guadagni. Chi pagava di più poteva scegliere il posto dove collocare il proprio negozio ambulante e acquistare la merce a un prezzo migliore, poiché le aziende di fabbricazione delle merci spesso erano controllate dagli stessi clan.

Le aree mercato non erano luoghi dove ognuno poteva costruire la propria fortuna, sulla base delle proprie capacità e delle proprie aspirazioni. Prima ancora che con la regola della domanda e dell’offerta, i venditori dovevano confrontarsi con queste, e altre regole, imposte dal clan egemone.

Rinunciare alla libertà e all’autodeterminazione, assecondare le logiche del clan e condividere con esso guadagni, il più delle volte, miseri a molti parve come l’unica soluzione di sopravvivenza.

Ma Federico non ci stava a piegarsi, iniziò a denunciare e a indurre numerosi venditori a non pagare il pizzo; costituì il Sindacato Nazionale Autonomo Ambulanti portandolo, in un solo anno, a contare 3 mila iscritti. Stabilisce la sede del suo sindacato a Casal di Principe, nella roccaforte di uno dei clan più feroci e di fronte alla casa di un camorrista. Da lì farà partire forti segnali di resistenza e la maggior parte delle sue 86 denunce contro la camorra e le pressioni che essa faceva sugli ambulanti, fino a far arrestare Sorrentino e a rimanere alla vigilia del processo vittima del tragico agguato.

Federico fu ucciso proprio nella sede del Sindacato, in mezzo ai vicoli di Casale. Un paio di mesi prima bruciarono la sua auto, sapeva che prima o poi sarebbe arrivato il suo turno, ma non bastò per fermarlo. Segnalò la sua situazione alla Prefettura, ma lo Stato non seppe proteggerlo.

Il giorno dopo al suo funerale non c’erano politici, non c’erano istituzioni, e nemmeno la maggior parte dei sindacalisti che egli aveva difeso. Molti di questi ultimi, nel corso del processo, che seguì la sua dipartita, negavano addirittura di aver mai aderito allo S.N.A.A. Magari qualcuno di loro, dopo l’accaduto, avrà anche cominciato a lavorare nella ditta di trasporti del clan in Venezuela e ad occupare quella villa che la camorra offrì a Federico per frenare le sue denunce e garantirsi le sue capacità.

Nel mentre, contro colui aveva rifiutato la schiavitù, ma anche di chinare il capo e diventare servo al clan-padrone, si mise in moto la macchina del fango, si prese a dire che era stato ucciso un boss della camorra, e non un cittadino che, a testa alta e nell’abbandono più totale delle istituzioni, questo cancro l’aveva combattuto. La verità venne a galla solo nel 2009, quando un pentito di Camorra, si autoaccusò del suo omicidio.

Ma anche se è stato ammazzato, Federico non è morto!

Il suo esempio è vivo e deve fare sempre più rumore, fino ad arrivare a quei tanti cittadini che ogni giorno, ancora oggi, chinano il capo e permettono alla camorra di ammazzare i propri diritti, la propria dignità e la propria vita.

Nel dodicesimo anniversario dall’uccisione di Federico Del Prete, per non disperdere la memoria di chi ha fatto la storia delle “Terre di Don Peppe Diana”, il Comitato Don Peppe Diana e Libera Caserta chiederanno alla commissione prefettizia del comune di Casal di Principe di intitolare una pizza a Federico Del Prete.

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Redazione

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