Povera Italia! Viaggio nella povertà

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di Mariano Scuotri e Pasquale Avella

Il problema delle isole del Mezzogiorno d’Italia è il problema della miseria: quello, cioè, di una cattiva distribuzione, e più ancora, di una deficiente produzione della ricchezza”; sembrano parole tratte da un qualunque reportage dei nostri giorni.

Invece, sono l’inizio del discorso che uno dei più importanti rappresentanti del
Meridionalismo postunitario, Giustino Fortunato, tenne alla Camera del Deputati il 3 luglio 1896, più di un secolo fa.

A far paura, oggi più che mai, non sono tanto le parole riportate, ma la straordinaria contemporaneità che in esse è possibile
rintracciare.

A spaventare è la situazione messa in luce.  Lo insegnano i grandi autori del verismo, come Verga: il Sud Italia povero e contadino, il Nord ricco ed industrializzato.

Oggi, dopo sette anni di crisi economica mondiale, il dato tragico ci riconduce a quel 28% della popolazione dello Stivale costretta a vivere in una condizione di indigenza, contro una media europea del 24%. Se la crisi di valori coincide con quella economica, ecco spiegato il rapporto diretto tra criminalità e “disperazione”.

Questo status quo è l’emblema del Meridione, ma accomuna in realtà il Sud dell’intero Continente Europeo: peggio dell’Italia, infatti, sta solo la Grecia, dove il 36% della popolazione versa in condizioni di povertà.

I più gravi dei mali che affliggono l’Italia in questi anni sono la disoccupazione dei giovani e la solitudine in cui vengono lasciati i vecchi. Assodato che i vecchi hanno bisogno di cura e di compagnia, i giovani, invece, di lavoro e speranza, ma non hanno né l’una né l’altra, e il vero guaio è che non li cercano più.

È lecito ricercare le cause prime di tale malessere. Il contributo più grande è sicuramente dato dall’immigrazione, tanto dibattuta tra “Mare nostrum” e la Lega di Salvini con la sua xenofobia. Ma non è da meno la mancata meritocrazia, figlia di un sistema marcio che ha alla base il clientelismo e la corruzione della Pubblica Amministrazione.

Nel Mezzogiorno d’Italia il reddito annuale delle famiglie non supera i €27.546, circa €2.000 al mese: quasi €16.000 in meno rispetto al Nord, dove arriva addirittura a €43.000.

Le cause da noi rintracciate non sono certo le uniche. Non giova la molto più alta densità di popolazione del Sud Italia rispetto alle regioni settentrionali. L’assenza di prospettive nei territori più poveri ha riportato una situazione storica: la forte ripresa dell’emigrazione interna. Nel 2013, sono stati 133 mila i meridionali che si sono spostati nel resto del Paese alla ricerca di un lavoro migliore o almeno più redditizio – ammesso che ne avessero uno in precedenza.

Facciamo riferimento ad un fenomeno sociale venutosi a creare in Italia negli ultimi
venti anni. I “NEET” (acronimo inglese di “Not engaged in Education, Employment
or Training) sono quella fetta di popolazione che riflette la condizione disagiata
vissuta dai giovani tra I 16 e I 24 anni.

La politica degli ultimi mesi, non dimentica di questi dati allarmanti, ha intrapreso iniziative volte ad incrementare l’occupazione di tali soggetti – quelli più a rischio.

E’ necessario che la politica consideri finalmente la lotta alla diseguaglianze
economiche e sociali come il fulcro della propria missione, e non come un “costo” o
un “di più” da tenere a bada con azioni dagli esiti momentanei e non a lungo termine.

In tal caso andrebbe smarrita il compito più nobile affidato alla Repubblica dalla nostra Costituzione, ribadito nel tanto noto (ma evidentemente mai letto attentamente) articolo 3: «gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

photo credit: At the Display Window via photopin (license)

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Redazione

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