Se questa è pacchia…

Da quanto tempo ascoltiamo (anche se ultimamente per l’abuso ed il conseguente logorio del termine sarebbe meglio utilizzare il termine sentiamo) parlare di “emergenza migranti”? alla memoria di un trentenne nato in Puglia non possono non venire in mente le immagini sbiadite della Vlora ed il suo “carico umano” come fu definito dalle cronache dei tempi.. parliamo quindi della metà degli anni ’90.

Ebbene, se da dizionario il termine “emergenza” indica qualcosa di momentaneo, improvviso e circostanziale non è forse improprio utilizzarlo per definire un fenomeno biblico o comunque un evento tendenzialmente previsto e conosciuto?

Il neo ministro dell’interno  sentendosi ancora in campagna elettorale, appena due giorni dopo il suo discusso insediamento, satollo di sicumera crassa ha sciabordato : “Per i clandestini è finita la pacchia. Devono fare le valigie, con calma, ma se ne devono andare”.

Potremmo smontare una ad una le parole proferite dal ministro, ma ci focalizzeremo sull’espressione “pacchia“. Anche in questo caso il dizionario ci viene in soccorso:

“ Pacchia: condizione di vita, o di lavoro, facile e spensierata, particolarmente conveniente, senza fatiche o problemi, senza preoccupazioni materiali” (Treccani).

Considerato che contemporaneamente al proferimento di tale elucubrazione da parte del Ministro, proprio uno di questi neo vacanzieri soggiornante in uno dei resort esclusivi delle tendopoli della piana di Gioia Tauro, Soumalia Sacko, bracciante agricolo maliano ed attivista sindacale, veniva identificato come il bersaglio di un tiro a segno e fucilato mentre al posto di fare snorkeling o giocare a golf rovistava tra le lamiere di una fabbrica abbandonata per reperire materiale utile alla costruzione di un riparo di fortuna, siamo sicuri che il target delle parole di Salvini sia calzante?

Dov’è la pacchia per un migrante irregolare, o regolare come nel caso di Sacko? Ci si è mai sostituiti a queste persone? Perché di persone si tratta. Attualmente la maggior parte dei migranti si ritrova con un permesso di soggiorno scaduto dettato sia dalla crisi occupazionale che dal diniego della domanda d’asilo e dei successivi ricorsi che li costringe e destina, per mancanza di accordi con i paesi di provenienza, ad una vita di invisibilità facili prede di “cacciatori” d’anime vulnerabili.

Tutt’altro che “una vita in vacanza” per parafrasare un noto tormentone musicale, bensì una vita fatta di stenti, sopraffazione e sfruttamento, dove la valigia enunciata da Salvini non è più il mezzo di agevolazione del viaggio, ma la casa di queste persone, vittime dell’indifferenza generale.

Per chi quindi dovrebbe ben finire, ed auspichiamo in tanti finisca, la pacchia? L’elenco è lungo, variegato, noto ma volutamente trascurato e qui ne facciamo un brevissimo sunto.

Dovrebbe finire per le istituzioni pubbliche, promotori, attori e contemporaneamente spettatori di un sistema di accoglienza in perenne “emergenza”, affidato a veri e propri prenditori, più che imprenditori, sociali dell’ultima ora che gestiscono in modo speculativo, sconsiderato e senza coscienza mega strutture di accoglienza ingolositi dai margini di profitto calcolati su bandi di gara al ribasso in cui, sovente, la retta calcolata pro capite è più bassa di quella di un canile. Questa accoglienza dei grandi numeri si è dimostrata fallimentare (basti pensare a Mineo e Borgo Mezzanone) ed è servita solo a foraggiare i grandi consorzi fatti di scatole cinesi gestite dai soliti furbetti del quartierino a scapito del modello vincente dell’accoglienza diffusa fatta di piccole realtà di cui abbiamo testimonianze positive da Nord a Sud realmente integrate con il territorio ed in grado di sviluppare progetti di percorsi individuali per ciascun beneficiario ed azioni di inserimento sociale e lavorativo. Con dei criteri più stringenti di valutazione ed un controllo più capillare dell’attività svolta solo organizzazioni sociali affidabili, corrette e motivate parteciperebbero ai bandi.

Dovrebbe finire per il sistema agricolo italiano, per la piccola e media distribuzione e per le multinazionali dell’industria agroalimentare che operano in Italia che si servono di questo immenso bacino umano e bisogno di lavoro e di questa forma coatta di sfruttamento, imponendo un calo sproporzionato dei prezzi dei prodotti agricoli. Sono state scambiate le vittime per i carnefici, c’è lo scontro tra la “nostra” emergenza e la “loro” voglia di futuro.

Dando voce a chi quotidianamente con spirito umanitario e con professionalità si approccia alle vittime delle migrazioni forzate si potrebbero dare tante chiavi di lettura di un fenomeno che, evidentemente, non è conosciuto ai più e che serve solo come strumento per mobilitare le pance del popolo.

Perché se questa è pacchia lavorare nei campi anche 15 ore al giorno per scarsi 10 euro,
Se questa è pacchia vivere nelle baraccopoli,
Se questa è pacchia stazionare anche 2 anni in fatiscenti centri di accoglienza, con cibo scadente e senza
consapevolezza di diritto alcuno,
Se questa è pacchia essere spersonalizzati, schiavizzati, insultati, ghettizzati, resi invisibili,
Se questa è pacchia esser costretti ad abbandonare la propria terra, i propri affetti e sperare di non essere
inghiottiti dal mare (per chi riesce a partire)
Meditate che questo è.

Matteo Vairo

Matteo Vairo

Classe ’88, nato in Puglia ma cresciuto o meglio, adottato, da mamma Toscana, svezzato a pane acqua e Croce Rossa Italiana, da subito mi sono reso conto di quanto molte persone fossero infastidite dalla “puzza” della vulnerabilità ed al contrario io ne fossi maledettamente “attratto” e più ce n’era più mi ci avvicinavo. Laurea in tasca in “Operazioni di Pace, Gestione e Mediazione dei Conflitti” ho proseguito la ricerca del mio posto nel mondo, trovandolo negli ambienti legati ai richiedenti asilo ed al mondo delle migrazioni forzate in genere. Dopo anni di volontariato, dall’assistenza agli sbarchi alla gestione, attualmente svolgo la mia professione in un CAS con l’Associazione San Benedetto al Porto di Don Gallo, comunità in cui ho trovato risposte al mio vivere prettamente “in strada”. Inguaribile viaggiatore, mi ritengo un “camaleonte culturale”, dettato oltre che dall’indole anche dal contatto con le varie realtà interculturali che mi affascinano e rapiscono sempre più. Per i diversi fenomeni sociali ed il terzo settore in genere ho realizzato eventi formativi/informativi e collaboro con diverse realtà associative e giornalistiche interessate a quanto il criceto che gira nella ruota della mia mente è in grado di partorire. Letture d’inchiesta ed inerenti i fenomeni di guerra e pace/aiuti umanitari/sanità in zone a rischio e cucina completano le mie passioni.

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