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Yasaman Aryani. Costa caro libertà di scegliere cosa indossare

“Spero di camminare fianco a fianco per strada un giorno io senza l’hijab tu con l’hijab”

E’ passato poco più di un anno dal suo arresto, e nove mesi dalla pesante condanna che si è abbattuta sui suoi ventiquattro anni in corsa per la difesa dei diritti delle donne iraniane: stiamo parlando della giovane attivista Yasaman Aryani, a tutt’oggi detenuta dopo essere stata prelevata con la forza dalla casa in cui abitava insieme ai suoi genitori.

L’accusa? Aver violato la legge iraniana sul divieto alle donne di togliersi il velo e di truccarsi. Era l’8 marzo 2019 quando Yasaman, insieme a sua madre, Monireh Arabshahi e la compagna di battaglie contro l’obbligo di indossare l’hijab, Moigan Keshavarz, sono salite su un treno a Teheran “armate” di fiori per ogni donna e di parole cariche di messaggi di speranza e di cambiamento. “Spero di camminare fianco a fianco per strada un giorno io senza l’hijab tu con l’hijab”, aveva detto quel giorno Yasaman, durante un video diventato virale.

Trascorso un mese da quel giorno, la giovane donna iraniana viene prelevata dalla sua abitazione a seguito di un tweet in cui si mostrava senza velo e con il rossetto rosso sulle labbra.

Dalla casa verranno sequestrati anche il suo pc e il suo cellulare. Stessa sorte, da lì a poco, per la madre, Monireh Arabshahi, e all’amica, Moigan Keshavarz.

Ad agosto, arriva il verdetto della Corte rivoluzionaria, la condanna totale a 55 anni e sei mesi per aver violato la legge introdotta nel 1979. Interrogatori – i primi durante 9 giorni in isolamento per Yasaman – e udienze che sarebbero avvenuti senza legali, come affermato da Amir Raeesian, l’avvocato difensore di Yasamin Aryani e Monireh Arabshahi: “in nessun momento del processo, né durante l’interrogatorio né durante le sessioni di prova, gli avvocati della difesa hanno potuto partecipare”.

Subito dopo la sentenza, il Comitato femminile del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana aveva invitato “tutte le organizzazioni internazionali a difendere i diritti delle donne, i diritti umani e la libertà di espressione, a condannare queste sentenze profondamente anacronistiche e ad adottare misure vincolanti contro il regime clericale misogino”.

Sentenza richiamata, a febbraio di quest’anno, dall’ufficio stampa del segretario di Stato americano Pompeo, in cui si legge che “nessuno dovrebbe essere costretto a indossare o non indossare abiti religiosi”.

Nonostante la campagna di Amnesty International, le tre donne sono ancora in carcere, ma le parole e i desideri di Yasaman continuano a diffondersi, come quel voler “sentire la pioggia primaverile scivolare lungo i suoi capelli e vedere ogni donna libera di scegliere per sé stessa. Libere di scegliere che cosa indossare, chi voler essere e quale futuro voler costruire”. Sono 211 gli attivisti che sono stati condannati alla pena detentiva o alle frustate (dati analizzati dal Dipartimento di statistica e pubblicazione degli attivisti per i diritti umani in Iran), durante il mandato di Ebrahim Raisi, ex membro della cosiddetta Commissione della morte nel 1988, durante le esecuzioni dei prigionieri politici in Iran.

Raisi, capo della magistratura, ha affermato che vuole che il popolo iraniano assaggi “il dolce sapore della giustizia”, producendo 1000 anni di pene detentive e 1500 frustate inflitte ad attivisti.

Il codice penale iraniano, dalla rivoluzione del 1979, è stato rivisto sulla base dei dettami della tradizione coranica della Sharia, con l’introduzione di punizioni insindacabili e una soppressione dei diritti delle donne e delle ragazze iraniane.

Elena Mascia

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