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I sette giorni che convertirono Boris Johnson

La settimana che Boris Johnson ha trascorso in ospedale vittima del coronavirus, oltre ad avergli salvato la vita potrebbe averlo convertito su due punti essenziali: l’immigrazione e il Servizio Sanitario Nazionale.

Lo testimonia il discorso pronunciato il giorno di Pasqua quando è stato dimesso dall’ospedale.

Fra i tanti ringraziamenti che ha espresso, su due si è soffermato con particolare calore. Il primo verso il Servizio Sanitario Nazionale che non ha esitato a definire “il cuore pulsante della nazione”.

Il secondo verso i due infermieri che per quarantotto ore lo avevano assistito nella fase più critica, quando la difficoltà respiratoria poteva trasformarsi in tragedia. Johnson ha voluto citarli per nome precisando che si tratta di due immigrati: Jenny proveniente dalla Nuova Zelanda, Luis dal Portogallo.

L’eccezionalità dei due ringraziamenti sta nel fatto che si riferiscono a due situazioni che il Partito Conservatore inglese ha sempre osteggiato.

Per quanto riguarda l’immigrazione, non è un mistero  che la decisione inglese di abbandonare l’Unione Europea è stata motivata in gran parte dal desiderio di poter limitare l’ingresso degli stranieri provenienti in larga misura dal resto dell’Unione.

In particolare polacchi, rumeni, portoghesi. Ma l’economia inglese poggia sulla presenza di immigrati che in alcuni settori giocano un ruolo insostituibile.

In Gran Bretagna più di un terzo dei medici, dei farmacisti e dei dentisti sono nati all’estero.

Lo stesso dicasi per il 20% del personale infermieristico. E tuttavia se Boris Johnson ha vinto le elezioni nel dicembre scorso, lo deve in gran parte alle città del Nord dell’Inghilterra, che hanno letto il suo  slogan “Let’s get Brexit  done” (che la Brexit sia fatta) come una chiara promessa di voler chiudere le frontiere ai lavoratori stranieri.

Del resto in più occasioni Johnson aveva annunciato di voler applicare il sistema australiano che dà il benvenuto ai grandi talenti, mentre tiene alla porta i lavoratori capaci di medie e basse capacità, infermieri compresi.

Ora, dopo la sua esperienza personale in ospedale potrebbe aver cambiato idea.

Un analogo ripensamento potrebbe riguardare il Servizio Sanitario Nazionale che il Partito Conservatore   spinge da sempre per aprire ai privati. Istituito nel 1948 e subito amato dagli inglesi, subì una prima incrinatura negli anni Ottanta del secolo scorso quando Margareth Thatcher decretò la possibilità di poter esternalizzare a imprese private servizi specifici come pulizie, mense, lavanderie, sterilizzazione. 

Nel 2000 la crepa si approfondì ulteriormente con la decisione, questa volta da parte del  governo laburista di Blair, di poter appaltare a società private anche mansioni di più diretta pertinenza sanitaria come indagini di laboratorio e piccoli interventi chirurgici.

Ma la definitiva apertura ai privati è stata decretata dalla  riforma approvata nel 2012 che spinge ulteriormente il Servizio Sanitario Nazionale verso il mercato attraverso due meccanismi principali: la possibilità per ogni cittadino di scegliere a quale struttura rivolgersi, sia essa privata o pubblica, per ottenere la prestazione specialistica pagata dal Servizio Sanitario Nazionale e la possibilità per quest’ultimo di poter appaltare l’assistenza ospedaliera alle strutture private in base al criterio monetario.

Uno dei settori a maggior coinvolgimento privato è quello psichiatrico. Secondo un’indagine condotta dal Financial Times, a Bristol il 95% dei posti letto dedicati ai pazienti psichiatrici sono in strutture private, prevalentemente società statunitensi quotate in borsa quali Acadia Healthcare e Universal Health Service.

Nel novembre scorso, durante la campagna elettorale, il Partito Laburista sosteneva di avere documenti comprovanti l’intenzione  dei conservatori di voler utilizzare la Brexit per la  firma di un accordo con gli Stati Uniti per consentire alle imprese sanitarie statunitensi di penetrare ulteriormente nel sistema sanitario britannico.

Complessivamente in Gran Bretagna si contano 548 ospedali privati e varie altre migliaia di studi professionali che assorbirebbero fra il 7 e il 22% del bilancio pubblico dedicato alla sanità. Il condizionale è d’obbligo perché sul dato esistono pareri contrastanti.

Da sempre una parte dei sanitari  britannici ha contestato la liceità di aprire il settore sanitario al mercato. Fra essi la British Medical Association che in documento afferma: “Benché le strutture  private non possano avere successo se non forniscono una buona assistenza, ci possono essere circostanze in cui gli obblighi professionali verso i pazienti possono entrare in rotta di collisione con le esigenze di guadagno. Nelle organizzazioni commerciali, quando i profitti sono a rischio si fanno molto serrati  i tentativi di recuperare margini di guadagno attraverso l’abbattimento dei costi. In un contesto sanitario c’è il forte rischio che ciò si traduca in un abbassamento degli standard di cura.”

La cessione delle attività ai privati e lo stanziamento di somme insufficienti a finanziare adeguatamente il Servizio Sanitario Nazionale hanno fatto perdere agli ospedali inglesi 17mila posti letto negli ultimi dieci anni, mentre mancherebbero oltre 100mila persone fra medici e infermieri.

A marzo il sindacato dei lavoratori del gas ha lanciato una petizione per richiedere al primo ministro di requisire 8mila letti non utilizzati nelle strutture private per metterli a disposizione dei pazienti affetti da coronavirus. Ora Boris Johnson potrebbe farlo.

Francesco Gesualdi *
photo credit: Agenzia Dire

* Francesco Gesualdi, già allievo di don Milani, è fondatore e coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pisa), che si propone di ricercare nuove formule economiche capaci di garantire a tutti la soddisfazione dei bisogni fondamentali. Coordinatore di numerose campagne di pressione, è tra i fondatori insieme ad Alex Zanotelli di Rete Lilliput.

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