Zohran. Una Grande Mela rossa

Zohran. Una grande mela rossa

Care compagne di viaggio e cari compagni di viaggio,
a New York è successo l’impensabile.
La città che non dorme mai si è risvegliata… progressista e anche un tantino di sinistra.
Zohran Kwame Mamdani, figlio di migranti, socialista dichiarato, attivista per i diritti civili è il nuovo sindaco della Grande Mela.

La cosa bella è che questa non è una fake news e nemmeno un episodio di “Black Mirror”.
Nell’America dei miliardari che fanno i presidenti e dei presidenti che fanno i miliardari, un vero progressista conquista la città simbolo del capitalismo globale.

C’è chi parla di rivoluzione. Io parlerei, più semplicemente, di giustizia poetica.

Perché in fondo, New York è sempre stata un po’ così: il posto dove tutto può succedere… sì, anche qualcosa di buono.
Mentre a Washington Mister Trump, parla di muri e armi, a Manhattan un sindaco parla di case popolari, trasporti pubblici, clima e diritti dei lavoratori.

Una Big Apple alternativa, dove la “sicurezza” non si misura a colpi di pistola ma in fiducia sociale. Dove “law & order” cede il posto a “love & justice”.

E così mentre l’informazione mainstream si esalta con titoli tipo “Il comunismo sbarca a Brooklyn” e Wall Street corre a cercare Unobravo.
Possiamo dire che per una volta, la notizia della settimana non è la paura. È la speranza.

Mamdani, che ha fatto una campagna elettorale porta a porta nei quartieri popolari, ha vinto parlando di eguaglianza, sanità pubblica e pace.
Sì, pace quella parola che ormai sentite solo qui il lunedì sera.

E allora forse questa elezione, oltre le analisi politiche e i sondaggi, è un promemoria anche per noi europei: la sinistra può ancora vincere, quando smette di inseguire la destra e torna a credere nelle persone.

New York, per una volta, non detta solo mode. Dà una lezione di umanità.
E se anche la città più veloce del mondo ha deciso di fermarsi un attimo per ripensare la direzione… beh, forse non tutto è perduto.

Ci piace chiamarla “rivoluzione gentile”.
Una rivoluzione che parte dal basso, non dalle poltrone. Che non ha bisogno di muri, ma di ponti. E che oggi, almeno per una volta, ci fa dire:
“Se ce l’ha fatta New York, forse ce la possiamo fare anche noi.”

E ora sì, possiamo pure tornare a crederci.

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