Le ultime 24 ore ci hanno consegnato due immagini speculari e opposte del nostro mare. Da una parte, il molo Favarolo di Lampedusa, dove tre neonati sono stati accolti all’alba dopo una notte di tempesta: un miracolo reso possibile da una scelta operativa della Guardia Costiera, che ha deciso di sfidare onde di diversi metri per non permettere che quel barchino diventasse una bara di metallo.
Dall’altra parte, le stanze della Camera dei Deputati, dove un dossier ha messo a nudo la complicità sistematica tra i fondi italiani e le milizie libiche, usate per intercettare e riportare nell’inferno dei centri di detenzione chiunque provi a scappare.
Questi due eventi non sono scollegati. Dimostrano che il soccorso non è un incidente tecnico, ma una decisione politica. I neonati di oggi sono salvi perché qualcuno ha risposto al coordinamento SAR. Migliaia di altri restano “invisibili” o vengono sparati dalle motovedette che noi stessi abbiamo donato a Tripoli perché si è scelto di delegare la “gestione” dei flussi a chi non risponde a nessuna legge internazionale.
Mentre celebriamo la vita che vince sulla tempesta a Lampedusa, non possiamo chiudere gli occhi sui 61 milioni di euro (il 44% dei quali non tracciabile) che alimentano un sistema di morte dall’altra parte della riva. Il paradosso di un’Italia che salva con una mano e respinge nell’ombra con l’altra deve finire. Il soccorso in mare non può essere un’eccezione eroica, ma deve tornare a essere un obbligo morale e giuridico universale.