Mentre il dibattito pubblico è spesso monopolizzato dai numeri degli sbarchi, una silenziosa rivoluzione normativa sta cambiando la vita di migliaia di persone già residenti sul nostro territorio.
Entra in vigore oggi la piena operatività dell’art. 7-bis della Legge 50/2026 (conversione del Decreto PNRR), che abroga il requisito della residenza biennale per l’accesso all’Assegno Unico Universale.
Una vittoria storica per le associazioni che, come l’ASGI, denunciano da anni il carattere discriminatorio di questa norma.
Da oggi, il sostegno spetta dal primo mese di residenza e include anche i figli residenti in altri Paesi dell’Unione Europea, a patto che siano fiscalmente a carico.
È un segnale forte: i bambini sono bambini, indipendentemente dal colore del passaporto dei genitori.
Tuttavia, se sul fronte del welfare si fanno passi avanti, su quello del diritto d’asilo l’orizzonte si oscura. L’avvicinarsi del giugno 2026, data di piena vigenza del Patto UE Migrazione e Asilo, vede l’Italia in prima linea nella sperimentazione delle “procedure accelerate di frontiera”.
La recente approvazione del DDL di attuazione sta sollevando il coro di critiche del Tavolo Asilo e Immigrazione: il rischio concreto è lo smantellamento delle garanzie individuali, sostituite da automatismi basati sulla nazionalità e su presunzioni di “sicurezza” dei Paesi di provenienza.
Sullo sfondo, il Mediterraneo Centrale non smette di essere un teatro di tragedia: i dati UNHCR di aprile confermano un trend preoccupante: 2.459 arrivi (un aumento del 14% su base mensile), con la Libia che resta il punto di partenza per il 92% dei casi, nonostante le violenze documentate nei centri di detenzione.
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