Oggi, sabato 6 giugno, il dolore si è trasformato in sollevazione morale. Nel giorno della mobilitazione nazionale indetta da CGIL e FLAI, centinaia di persone sono scese in piazza ad Amendolara, sul luogo dell’eccidio, e in decine di presìdi in tutta Italia, come davanti alla Prefettura di Firenze, per urlare che nessuno può morire per aver reclamato il salario e una casa dignitosa.
Al fianco dei sindacati manifestano anche i lavoratori migranti, uniti nel rifiuto di un sistema economico criminale che si alimenta del loro sangue.
Le notizie che arrivano dal Tribunale di Castrovillari rendono la piazza ancora più determinata. Nell’ordinanza di custodia in carcere per i due caporali pakistani di 32 anni, il GIP Orvieto Matonti usa parole che tolgono il fiato, parlando di una “ferma e glaciale risoluzione criminosa per tutto il tempo necessario per vederli consumare dal rogo”. Nessun pentimento, nessuna pietà per Amin, Ullah, Safi e Waseem, intrappolati nel minivan con le maniglie interne distrutte.
L’inchiesta si allarga: il superstite Taj ha rivelato l’esistenza di un terzo complice che avrebbe favorito la fuga dei killer, e i sindacati denunciano come questa “tratta di schiavi moderni” veda la spaventosa convergenza tra organizzazioni internazionali e la ‘ndrangheta locale per il controllo del territorio.
Come dichiarato oggi da Libera: “Le mafie prosperano grazie a un capitalismo consumista che esige manodopera a bassissimo costo per tagliare i prezzi alla produzione”. La piazza di oggi è la prima, necessaria risposta a questo abominio.
La mobilitazione del 6 giugno interroga l’intera filiera agroalimentare e la politica. Il segretario della CGIL, Maurizio Landini, ha chiesto l’immediata attivazione delle sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità per gestire trasporti, collocamento e alloggi pubblici, ricordando che i fondi europei per il superamento dei ghetti strutturali sono rimasti parzialmente inutilizzati, lasciando i braccianti esposti al ricatto totale degli aguzzini.
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