Ogni estate l’Italia si ferma davanti alle tragedie che coinvolgono i bambini nelle piscine. Sono notizie che scuotono le coscienze, aprono i telegiornali e alimentano un dibattito pubblico sulla necessità di rafforzare la prevenzione, la sorveglianza e gli standard di sicurezza. È giusto che sia così. Ogni vita spezzata rappresenta una sconfitta per l’intera società.
Ma esiste un’altra acqua che continua a inghiottire bambini nel quasi totale silenzio: quella del Mediterraneo.
È qui che il nostro sguardo collettivo sembra cambiare improvvisamente prospettiva. Se un bambino perde la vita in una piscina italiana ci interroghiamo su responsabilità, controlli e misure preventive; quando invece un minore annega durante una traversata migratoria, il fatto viene spesso assorbito nelle statistiche degli sbarchi o nelle cronache delle operazioni di soccorso, come se quella morte fosse una conseguenza inevitabile e non il fallimento della comunità internazionale.
Eppure i dati diffusi negli ultimi mesi da organizzazioni internazionali come Save the Children e dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) raccontano una realtà drammatica: l’annegamento continua a rappresentare una delle principali cause di morte per i minorenni che tentano di attraversare le frontiere marittime.
I rapporti dedicati alle rotte del Mediterraneo centrale evidenziano come, nonostante la diminuzione o la fluttuazione degli arrivi complessivi sulle coste italiane, il rischio di perdere la vita durante la traversata resti elevatissimo, soprattutto per i soggetti più vulnerabili, tra cui neonati, bambini e minori stranieri non accompagnati.
Dietro questi numeri ci sono storie che troppo spesso non conosceremo mai. Bambini costretti a lasciare il proprio Paese per sfuggire a guerre, persecuzioni, carestie, cambiamenti climatici, povertà estrema e violenze sistematiche. Molti affrontano lunghi mesi di viaggio attraverso il deserto, subiscono torture e sfruttamento nei Paesi di transito, come la Libia o la Tunisia, prima di essere caricati su imbarcazioni fatiscenti che difficilmente potrebbero affrontare il mare aperto.
La differenza, allora, non è nell’acqua.
L’acqua è la stessa. Cambia il valore che siamo disposti ad attribuire alla vita di chi vi cade dentro.
Per i bambini delle piscine invochiamo, giustamente, più bagnini, maggiori controlli, campagne di sensibilizzazione e investimenti nella sicurezza. Per i bambini del Mediterraneo il dibattito politico si concentra invece quasi esclusivamente sul controllo delle frontiere, sull’esternalizzazione dei confini e sulla riduzione degli sbarchi, mentre resta ancora insufficiente una riflessione seria sulla necessità di garantire vie legali e sicure di ingresso, efficaci operazioni di ricerca e soccorso e un sistema europeo realmente orientato alla protezione delle persone più vulnerabili.
Questo non significa mettere in contrapposizione tragedie diverse né diminuire il dolore delle famiglie colpite dagli incidenti nelle piscine. Al contrario. Significa affermare un principio semplice quanto universale: ogni bambino merita lo stesso diritto alla vita, alla sicurezza e alla protezione, indipendentemente dal luogo in cui nasce, dal colore della sua pelle, dal passaporto che possiede o dalla rotta che è stato costretto a percorrere.
La dignità umana non può fermarsi sulla battigia.
Ogni volta che un bambino muore in acqua perdiamo tutti qualcosa. Ma se alcune morti riescono ancora a commuoverci mentre altre vengono rapidamente archiviate come inevitabili conseguenze delle migrazioni, allora il problema non è il mare. È la nostra capacità di riconoscere la stessa umanità in ogni volto.
Notizie Migranti continuerà a raccontare queste storie perché nessun minore dovrebbe essere ricordato soltanto come un numero in un bollettino. Restare umani significa rifiutare ogni gerarchia del dolore e difendere un principio che dovrebbe appartenere a ogni società democratica: la vita di un bambino non vale di più o di meno a seconda dell’acqua in cui si spegne.