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Il diritto di parola di Abdullahi Ahmed


Lo sguardo avanti. La Somalia, l’Italia, la mia storia | Autore: Ahmed Abdullahi | Editore: Add Editore | Anno di edizione: 2020 | Isbn/EAN: 9788867832842

AOSTA – Il merito più grande del racconto di Abdullahi Ahmed, nel suo libro Lo sguardo avanti. La Somalia, l’Italia, la mia storia, edito da Add Editore, sta nella rivendicazione del diritto di parola: Abdullahi afferma la necessità che sia lui, lui stesso, a parlare della propria esperienza, senza che sia l’ennesimo uomo bianco a farlo al suo posto. Potrebbe sembrare un concetto banale, scontato, ma in realtà non lo è per nulla. Forme di involontario colonialismo culturale resistono anche nelle migliori intenzioni di chi si fa portavoce di altri, senza averli interpellati, magari nascondendosi dietro il presunto alibi della difficoltà di coinvolgere le persone; che accade, inevitabilmente, ma che non è scusante in molte occasioni.

Il recente movimento del Black lives matter, ad esempio, ha aperto improvvisamente questa frattura; sicuramente recuperabile, ma da affrontare con coraggio e senza remore. Perché i bianchi dovrebbero parlare dei neri rispetto alle discriminazioni e violenza da loro subite? Forse perché dovremmo cominciare a muoverci in un campo di intersezionalità che diventa quanto mai urgente e pressante. Ma il discorso continua e ce ne dobbiamo far carico.

Per questi motivi (ma anche per altri) il documento di Ahmed è imprescindibile, una vera e propria “pietra d’inciampo”: perché inchioda molte e molti alle loro responsabilità forse di scarso ascolto e considerazione. È un racconto fluente, quello di Ahmed, che ha la forza di un fiume di montagna: inarrestabile e travolgente. Ahmed ci mette di fronte a quel processo di “meticciamento” della società che dovremmo tutte e tutti accogliere, collaborando affinché sia pieno e completo. Attraverso la sua storia, narrata con fedeltà e senza risparmiarci alcuna spietatezza – una storia così simile ma così diversa a tante altre – Ahmed ci fa entrare in un mondo che conosciamo attraverso tante fonti, spesso esterne, e che ogni volta ci mette in gioco perché ci presenta la necessità di metterci nei panni degli altri, assumendo un punto di vista altrui ogni volta sempre più destabilizzante e compromettente.

La storia di Ahmed diventa, così, un exemplum, alla maniera dantesca: una storia che si squaderna, si scontorna, e ingloba dentro di sé ogni altra storia, ogni altro volto, ogni altro destino. La sua potenza non deriva solamente dalla positività che ne traspare, dal successo di un percorso migratorio che è evidente e ha trovato la forza di concretarsi in progetti futuro, di azione sociale e comunitaria. La sua forza sta proprio nell’obbligatorietà che abbiamo di sentire sul nostro corpo le sofferenze, di guardare coi nostri occhi gli orizzonti desertici e le distese buie del mare, di immedesimarci nelle difficoltà di straniamento e di lontananza rispetto agli orizzonti conosciuti: questo è quello che fa paura, a tutte e tutti; questo è quello che angoscia e – in molti casi – fa costruire muri di violenza e di intolleranza.

L’altro ci fa paura per quello che porta con sé, per la quantità di resti e frammenti che ci offre, per l’idea di “casa” (e, quindi, di “patria”) che è sedimentata in noi, per quell’atteggiamento coloniale che abbiamo in noi, inevitabilmente, e che attiva degli automatismi dei quali non sempre siamo consapevoli. La narrazione di Ahmed ci costringe a rielaborare tutto questo, offrendoci un’idea di “cittadinanza” che non può essere ignorata: un impegno gravoso ma non più rimandabile; perché, come scrive Ahmed, “non si può essere stranieri per sempre”.

Giulio Gasperini

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