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Deniz Naki: Politica e pallone

AZADÎ è un termine dal doppio significato, in curdo è “libertà”, in kashmiri “rivoluzione, indipendenza”. Questa parola è ben visibile sull’avambraccio sinistro di Deniz Naki, ex calciatore tedesco di origini curde e attivista politico.

La sua famiglia è originaria dell’Anatolia orientale, attuale provincia di Tunceli, un tempo nota come Dêrsîm, “porta d’argento”, che negli anni ’30 fu teatro dello sterminio di 70.000 civili ad opera del presidente turco Atatürk. Negli anni 80, la famiglia Naki, obbligata a fuggire perché pressata dal governo turco, si stabilisce in Germania Occidentale, sulle sponde della Ruhr, a Düren, ed è qui che nasce Deniz, nel 1989.

Cresce con due passioni, la storia del suo popolo e della sua famiglia e il calcio.

Viene selezionato nelle giovanili del Bayer Leverkusen e nel 2009 si stabilisce ad Amburgo nello St. Pauli. Calcio e politica vanno a braccetto e da subito Deniz capisce che può sfruttare la sua notorietà per esporre le sue idee di sinistra e fare informazione sulla condizione del popolo curdo.

Nel 2013 firma per il Gençlerbirligi, squadra di Ankara, è la sua prima esperienza professionale in Turchia ma questo non cambia il suo atteggiamento e le sue posizioni, anzi, diventa più incisivo il suo attivismo che ha come bersaglio il suo dichiarato nemico Erdogan, in particolare per i suoi rapporti poco chiari con l’ISIS nel conflitto siriano.

Dopo pochi mesi, viene fermato per strada, picchiato e minacciato da tre persone che lo avvertono: “Lascia il Paese, questa città e questa squadra”.

Deniz rescinde il contratto e ritorna in Germania, preoccupato soprattutto per la sua famiglia. Dopo poche settimane però arriva l’offerta irrinunciabile, l’Amedspor, squadra di Dyiarbakir, simbolo della resistenza curda ai turchi, lo contatta e gli offre un contratto e la fascia di capitano. Il valore della proposta è enorme, il rischio altrettanto, un attivista politico in una delle squadre più politicizzate al mondo, l’Amedspor è la squadra principale di Diyarbakir, la capitale (non riconosciuta) del Kurdistan turco ed una sorta di nazionale.

Deniz Naki, ovviamente, non si tira indietro e diventa un bersaglio della Federazione Turca, perché Erdogan sa che il calcio è un megafono importante e Deniz Naki è ormai un idolo per la popolazione curda.
Squalifiche sportive a ripetizione, accuse di “discriminazione e propaganda politica” per i suoi numerosi post, una condanna (penale, subito ritirata) a 18 mesi per aver “sostenuto i terroristi del Pkk”.

Il 07 Gennaio 2018 succede qualcosa di inaspettato e drammatico, mentre viaggia sull’autostrada A4, non lontano dalla città tedesca di Dueren, un furgone si affianca alla sua auto ed esplode due proiettili contro il suo veicolo, al finestrino e a uno pneumatico. Deniz ne esce miracolosamente illeso ma subito dichiara “Penso che si tratti di una questione politica. Sono un bersaglio costante in Turchia perché faccio dichiarazioni pro-curde. Credo possa essere stato un agente del governo o un turco di destra radicale”.

Pochi giorni dopo, dopo l’ennesimo post sull’offensiva militare turca nella zona curdo-siriana di Afrin, arriva la squalifica dai campi di 3 anni e mezzo, è la fine della sua carriera dato che le squalifiche superiori ai tre anni, in Turchia, vengono ritenute squalifiche a vita.

Dopo l’Amedspor continuerò ancora la mia vita con questa attitudine. Ho messo al di sopra di tutto gentilezza, bellezza, solidarietà, pace, vita umana e patriottismo, che richiedono una sensibilità sociale. Perché questi sono i valori a cui sono legato”.

Finisce così la sua carriera sportiva, non la sua battaglia. L’ex calciatore continua infatti a parlare, postare e twittare, contro Erdogan, la guerra, per il suo popolo e per la libertà: “La guerra significa la morte delle persone. La guerra significa che le persone devono scappare dal loro ambiente, dalla loro regione, dalla loro patria. Con il pretesto della costruzione della pace in Medio Oriente e in Siria, la Turchia non fa altro che gettare benzina sul fuoco. Ma la Turchia di Erdogan, i sostenitori della guerra e i fascisti perderanno”.

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