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Piangere non è da deboli


Piangere è da esseri umani” è il motivo ispiratore della campagna che l’agenzia DLVBBDO ha realizzato per Tempo, la nota azienda di fazzoletti di carta. L’intento del progetto è quello, attraverso favole create ad hoc, di restituire dignità e valore alle lacrime e, quindi, al pianto.

Nella sezione del sito che il noto marchio ha dedicato alle Favolacrime, si legge: «“Piangere è da deboli”. “Piangere è da femminucce”. “Piangere è da bambini piccoli”. Fin dai primi anni, insegniamo ai bambini maschi a trattenere le lacrime. E così a reprimere le loro emozioni.»

Lo stigma che coinvolge le lacrime, in realtà, non riguarda più soltanto l’universo maschile: piangere non è soltanto considerato “da femminucce” ma anche “da deboli” e “da piccoli”. E questo rende sempre più pressante l’invito della società a conformarsi ad un modello in cui la fragilità, la tristezza, vengano negate, mascherate, soppresse. Ne “La sfavolite e le lacrime magiche”, una delle storie che è possibile scaricare o ascoltare dal sito di Tempo, nessuno piange mai e chi proprio non riesce a trattenere le lacrime, corre in bagno (a nascondersi) come se gli scappasse la pipì.

Il pianto, le lacrime sono manifestazioni tangibili dello stato d’animo altrui. Mentre altri stati d’animo possono essere intuiti, ipotizzati, le lacrime sono manifeste e vederle ci pone di fronte al nostro coinvolgimento, al nostro disagio, ai nostri sentimenti di inadeguatezza e di impotenza: cosa posso fare per alleviare la sofferenza dell’altro? Come posso prendermene cura? Come mi fa sentire vedere qualcun altro che piange? Cosa attiva dentro di me?

È dalla difficoltà a gestire questi vissuti che nasce, talvolta, la frustrazione genitoriale e, quindi, l’invito a fermare il pianto dei bambini anziché ad accoglierlo.

Scoraggiare il pianto, ma anche qualsiasi comunicazione relativa alla propria sofferenza, tristezza, fragilità, è divenuto via via un messaggio sempre più esplicito di una società che ci vuole tutti resilienti.

La parola resilienza, divenuta molto popolare negli ultimi dieci anni, secondo la definizione di Treccani, fa riferimento nella tecnologia dei materiali alla «resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto (…) il cui inverso è l’indice di fragilità» e nella tecnologia dei tessuti, all’«attitudine di questi a riprendere, dopo una deformazione, l’aspetto originale». Questo concetto, esteso alla psicologia, si traduce nella «capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc.»

Il grande equivoco nasce dal voler assimilare la psiche a dei materiali la cui caratteristica è quella di ammortizzare gli urti, rimbalzarli senza lasciarsene toccare e, comunque, dopo l’impatto, ritornare nella propria forma originaria. Non è esattamente questo quello che accade nel nostro mondo interno a seguito di un evento doloroso o traumatico: noi siamo individui porosi, permeabili. Ciò che ci accade penetra in noi e lascia tracce più o meno importanti del suo passaggio. Affrontare e superare un evento non consiste, quindi, nel negare la sofferenza, nel rimbalzarla lontano da sé ma nell’accoglierla e nell’integrarla nella propria esperienza di vita.

Il dolore non accolto rimane incistato, incapsulato nel nostro mondo interno e questo ci costringe ad investire numerose energie psichiche per tenere a bada l’intruso affinché non si manifesti. La presa d’atto, invece, della propria sofferenza e fragilità, ci consente di sciogliere il nodo e intesserlo nella nostra esperienza di vita riuscendo a ritrovare una continuità dell’esperienza laddove il dolore, il trauma avevano causato una frattura.

Quando inciampiamo, quando perdiamo qualcosa o qualcuno, quando siamo arrabbiati, quando siamo stanchi, quando subiamo un torto, quando viviamo un evento eccezionale e traumatico, è legittimo esperire un vissuto di fragilità, è fisiologico sentire l’impatto che l’evento ha avuto su di noi, è naturale sentirsi fragili e avvertire il bisogno di piangere.

Quando qualcuno a cui vogliamo bene vive un dolore, al di là della sua natura, è normale sentirsi in difficoltà, temere di poter essere contagiati e invasi dalla sua tristezza, non saper bene come aiutarlo, in che modo mostrare la propria vicinanza; è comune sentire il desiderio di liberarlo da quella sofferenza, di mettervi fine in qualche modo. Ma il rischio è quello di far sentire quella persona maggiormente sola e incompresa.

In “Perché piangiamo?”, un meraviglioso albo di Fran Pintadera illustrato da Ana Sender (Fatatrac edizioni), una mamma cerca di rispondere alla domanda del suo bambino descrivendo tutti i motivi che possono celarsi dietro le lacrime; ad un certo punto, la mamma dice “a volte piangiamo perché invece che trovare un abbraccio troviamo solo un’eco”. Le lacrime proprio per la loro natura esterna, visibile, tangibile, ben si prestano a rappresentare un linguaggio (“parlano una lingua infinita” si legge nello stesso albo). La loro comunicazione è diretta sia a noi stessi perché ci renda consapevoli di quello che stiamo provando ma anche agli altri: basti pensare al pianto del neonato che richiede che vi sia un adulto pronto ad accoglierlo, a interpretarlo, a fornirvi una risposta sollecita e amorevole. Un pianto non accolto (da se stessi e dall’altro) è un pianto che non genera una comunicazione ma solo un’eco, una ripetizione inutile che non ci aiuta ad uscire dal nostro stato d’animo in modo trasformativo ed evolutivo.

Piangere, quindi, non solo non è da deboli ma richiede al contrario un grade atto di coraggio e consapevolezza: quello di affrontare l’esperienza del dolore in maniera autentica. Non solo; le Favolacrime di Tempo spiegano molto bene come il pianto abbia anche il potere di attivare la più grande delle magie: l’empatia, la capacità di riuscire a sentire ciò che prova l’altro.

C’è una cosa molto semplice, infatti, che possiamo fare quando qualcuno manifesta con o senza lacrime la propria fragilità: stargli accanto, offrirgli la nostra spalla e, all’occorrenza, un fazzoletto.

Alessandra Anna Cineglosso
Psicologa – Psicoterapeuta

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