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«Creature di un giorno»: un’occhiatina alla stanza di terapia


di Alessandra Anna Cineglosso
Psicologa – Psicoterapeuta

In The Family Man, un amabile Nicolas Cage interpreta Jack Campbell, un uomo di successo di Wall Street a cui viene data la possibilità di vivere, per un tempo limitato, grazie alla magia del Natale, la vita che avrebbe potuto avere se, tredici anni prima, avesse preso decisioni diverse. “Un’occhiatina”, così nel film del 2000 diretto da Brett Ratner, viene definita questa opportunità.

Leggendo “Creature di un giorno” di Irvin D. Yalom, più volte mi è venuta in mente questa espressione: “un’occhiatina”. Mi è sembrata la definizione più calzante per questo godibile libro: la possibilità per chi, incuriosito dalla psicoterapia (o titubante verso la scelta di iniziare un percorso terapeutico), volesse dare un’occhiatina a ciò che accade nella stanza di terapia, alle opportunità che la terapia offre, al modo in cui terapeuta e paziente collaborano nel cercare risposte e significati e nel tracciare nuovi possibili itinerari di vita.

Una delle questioni più dolorose che ci si trova ad affrontare in terapia è il dover “rinunciare alla speranza di un passato migliore”, un lutto che ogni paziente e persino il terapeuta sono chiamati a fare. Si tratta di un momento cruciale in ogni terapia, doloroso ma di grande utilità. Eppure, la consapevolezza di questo limite, l’elaborazione di questo lutto, possono consentire trasformazioni impensabili. Non solo perché tutto questo non coincide con la rinuncia a un presente e a un futuro ancora da scrivere ma, soprattutto, perché quello stesso passato, immutabile, può assumere nuovi contorni alla luce di ciò che la terapia è in grado di mettere in moto nel paziente. Il caso clinico di Sally, raccontato da Yalom in “Creature di un giorno”, va proprio a sondare questa possibilità.
Se vi state chiedendo a cosa servirà mai la terapia se non si possono modificare gli eventi dolorosi della nostra vita, allora leggete questo libro. E chissà che, magari, dopo aver dato “un’occhiatina” alla stanza di terapia, non vi venga anche voglia di accomodarvi per una seduta.

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