Discriminazione: Come la canzone di Jannacci… «Ci vuole orecchio»

TORTONA – Si presenta allo sportello con foto fatte con il velo e gli impiegati non le rilasciano il documento.

Il problema, di tutta la vicenda, sembra siano le orecchie: che in foto non si vedono. Un po’ come cantava Enzo Jannacci «Per fare certe cose ci vuole orecchio»

Il Comune di Tortona si appella (interpretandola creativamente) ad una disposizione del Viminale «del 5 dicembre 2005, che in materia di fotografie per documenti dispone che entrambi i lati del viso devono essere mostrati chiaramente».

La signora Abidi può indossare l’hijab nell’immagine che comparirà sulla sua carta d’identità, ma deve rifare le tre fototessera, spiega un funzionario del Comune, con «orecchie visibili, radice capelli visibili». Curioso. Perché, nel resto d’Italia (a quanto risulta), quel «cavillo» non lo applica nessun altro ufficio dell’anagrafe. E a qualcuno viene spontanea una domanda: vale pure per le suore?

In quel caso no, per le religiose cattoliche si riconoscono le ragioni di culto, avrebbe risposto il funzionario di Tortona al rappresentante dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali presso la Presidenza del Consiglio) che, dopo tre comunicazioni scritte, chiedeva spiegazioni al telefono.

«È evidente che questa condotta è contraria non soltanto alle circolari e alla prassi del ministero — osserva Domenico Tambasco, avvocato della donna e legale dell’associazione Tribunale per i diritti dell’immigrato —, ma soprattutto viola l’articolo 19 della Costituzione che stabilisce il fondamentale principio della libertà religiosa. Il caso in questione sembra configurarsi come uno dei primi in Italia di discriminazione istituzionale per ragioni religiose. A questo punto presenteremo ricorso al Tribunale competente per il risarcimento dei danni, e per ottenere giudizialmente il rinnovo della carta di identità».

Protagonista, suo malgrado, della vicenda è una cittadina polacca convertita all’Islam,  la signora Agata Bernadetta Abidi che il 15 febbraio scorso perde la carta d’identità e va al comando dei Carabinieri di Tortona a sporgere denuncia.

Il documento le serve urgentemente. «Ho una bambina appena nata — spiega — devo fare le carte per lei, la tessera sanitaria, ne ho bisogno». Benché sia molto distante, quel giorno stesso la signora si reca negli uffici dell’anagrafe. Compila i moduli, si mette in fila. Le fototessera ce le ha già, le ha usate per la patente e per il permesso di soggiorno. L’hijab verde come i suoi occhi era pure sulla carta d’identità smarrita, rilasciata dall’anagrafe di Mortara, provincia di Pavia, dove viveva fino a due anni fa.

«Non posso accettare foto con il velo», le dice l’impiegata. La signora Abidi è stupita, chiede spiegazioni. «Mi sono convertita all’Islam quando ho conosciuto mio marito, tunisino — racconta —. Dopo il matrimonio ho scelto di mettere il velo. Non ho mai avuto problemi di questo tipo, né a Mortara né a Tortona». Eppure.

«Parli con il mio superiore», continua infastidita l’impiegata, due sportelli più avanti. Un altro rifiuto: «L’uomo mi ha detto che era la legge a stabilirlo — ricorda Agata —, e che me l’avrebbe mostrata». La signora ci riprova una seconda volta, qualche giorno dopo. Identico copione.

La terza volta all’ufficio anagrafe l’accompagnano anche i figli e il marito, Fathi Abidi, che intanto si è documentato e (su suggerimento dell’avvocato) mostra al funzionario due circolari del Viminale in cui si spiega che «il turbante, il chador o anche il velo, come nel caso delle religiose, sono parte integrante degli indumenti abituali e concorrono, nel loro insieme, ad identificare chi li indossa, naturalmente purché mantenga il volto scoperto. Sono quindi ammesse, anche in base alla norma costituzionale che tutela la libertà di culto e di religione, le fotografie con il capo coperto da indumenti indossati purché, ad ogni modo, i tratti del viso siano ben visibili». Gli impiegati, però,  «non vogliono neanche leggere», dicono gli Abidi.

A questo punto, l’avvocato presenta denuncia all’Unar e chiede al Comune di rinnovare entro tre giorni il documento. Passano settimane, nessuna risposta da Tortona. Unar fa una nota scritta e due solleciti. Il 5 aprile arriva la replica che ribadisce il rifiuto e introduce la regole delle orecchie. L’assessore con delega alle Pari opportunità, Emanuela Patta, manda all’Unar una lettera in cui si parla di «fraintendimento», ma la signora Abidi resta ancora senza documenti. «Per fare certe cose ci vuole orecchio»

Michele Docimo

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Michele Docimo

Aversano (in prestito a Trieste), eterno indeciso: giornalista free lance, comunicatore sociale, fotoreporter, videomaker, copywriter, storyteller, formatore, speaker ed autore radiofonico. Dirige NOTIZIE MIGRANTI [www.ntoziemigranti.it] e CONTRASTOTV [www.contrastotv.it]. E’ presidente di MIGR-AZIONI APS [www.migr-azioni.info]. A sei anni ha imparato a leggere e da allora non ha più smesso. Oggi sta cercando di imparare a scrivere. È convinto che gli africani salveranno gli italiani.