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Rapporto Svimez 2019: il doppio divario Sud/Nord, Italia/Europa

Il 4 novembre 2019 è stato presentato il Rapporto 2019 della SVIMEZ – Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno – ente privato senza scopi di lucro, il cui oggetto sociale è lo studio delle condizioni economiche del Mezzogiorno al fine di proporre concreti programmi di azione e di opere intesi a sviluppare nelle regioni meridionali quelle attività industriali che meglio rispondano alle esigenze accertate.
I nuovi temi dell’edizione di quest’anno, in realtà, non sono altro che punti di un’antica questione mai risolta: il doppio divario Sud/Nord, Italia/Europa; la rottura dell’equilibrio demografico; le necessarie trasformazioni del sistema produttivo; la debolezza delle politiche pubbliche e il ruolo del Sud in una strategia di sviluppo sostenibile.

In una situazione di stagnazione economica, nell’ultimo ventennio, la politica economica nazionale ha deciso colpevolmente di disinvestire nel Mezzogiorno, limitando le sue interdipendenze economiche con il Centro-Nord e producendo conseguenze negative per l’intero Paese. Il Nord Italia, infatti, non è più tra le locomotive d’Europa, alcune regioni dei nuovi Stati membri dell’Est superano per PIL molte regioni ricche italiane, avvantaggiate dai regimi fiscali e dal costo del lavoro. Per effetto della rottura dell’equilibrio demografico (bassa natalità, emigrazione di giovani, invecchiamento della popolazione), nei prossimi 50 anni il Sud perderà 5 milioni di persone e quasi il 40% del Pil. L’età media al Sud crescerà dagli attuali 43,1 anni, più bassa di quella nel Centro-Nord, ai 51,1 anni nel 2065. L’area meridionale italiana sarà la più invecchiata e maggiormente ridimensionata economicamente dell’UE.

Nelle regioni meridionali si registrano meno 146 mila abitanti nel biennio 2016-2017. È come se sparisse da un anno all’altro una città di medie dimensioni. Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti, la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Un’alternativa all’emigrazione resta il pendolarismo di lungo periodo, che nel 2018 dal Mezzogiorno ha interessato circa 236 mila persone. Di questi 57 mila si muovono sempre all’interno del Sud, mentre 179 mila vanno verso il Centro-Nord e l’estero.
Il PIL del 2018 al Sud è cresciuto di +0,6%, rispetto a +1% del 2017. Ristagnano soprattutto i consumi (+0,2%), ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0.7%, recuperando e superando i livelli pre crisi.
Nel 2018 c’è stato un crollo degli investenti pubblici, la spesa è scesa al Sud da 10,4 a 10,3 miliardi, nello stesso periodo al Centro-Nord è salita da 22,2 a 24,3 miliardi; il valore aggiunto dell’agricoltura è calato nel 2018 al Sud di -2,7%, nel Centro-Nord è aumentato di +3,3%; il valore aggiunto dell’industria in senso stretto è aumentato di +1,4% nel 2018 al Sud, in calo rispetto al 2017 (+2,7%).
Si riallarga il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord, nell’ultimo decennio è aumentato dal 19,6% al 21,6%, ovvero sono circa 3 milioni i posti di lavoro da creare al Sud per raggiungere i livelli del Centro-Nord. La crescita dell’occupazione nel primo semestre del 2019 riguarda solo il Centro-Nord (+137.000), cui si contrappone il calo nel Mezzogiorno (-27.000).
Nel Mezzogiorno solo poco più di 3 diplomati e 4 laureati su 10 sono occupati da uno a tre anni dopo aver conseguito il titolo e prosegue l’abbandono scolastico, 18,8% a fronte dell’11,7% delle regioni del Centro-Nord. Al Sud il 56% delle scuole ha bisogno di manutenzione urgente.
La spesa pro capite delle Amministrazioni pubbliche è pari nel 2017 a 11.309 nel Mezzogiorno e a 14.168 nel Centro-Nord. Continua l’emigrazione ospedaliera verso le regioni del Centro-Nord: circa il 10% dei ricoverati per interventi chirurgici acuti si sposta dal Sud verso altre regioni.
Gli investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno, che negli anni ’70 erano circa la metà di quelli complessivi, negli anni più recenti sono calati a un sesto di quelli nazionali. Lo SVIMETZ insiste per una linea che rafforzi le Politiche di Coesione, che dopo il 2020 potranno disporre di 60 miliardi di cui il 70% al Sud. I ritardi nell’attuazione del ciclo 2014-2020 sono clamorosi, la maggior parte delle risorse europee da certificare sono concentrate in Campania, Puglia e soprattutto Sicilia. I pagamenti al Sud sono stati finora pari ad appena il 19,78% del totale, segno di un un’evidente incapacità delle Amministrazioni centrali, regionali e locali, a utilizzare pienamente le risorse.

Visti i dati che abbiamo sommariamente citato e le previsioni fatte, senza dare colpe specifiche che genererebbero discussioni di natura storico-culturale, non necessarie né richieste in una simile pubblicazione, la SVIMETS afferma con forza che il superamento del gap Nord/Sud passa, solo ed esclusivamente, per una visione unitaria della stagnazione italiana. C’è bisogno di liberarsi dell’idea che l’aumento delle disuguaglianze sia legato al confine immutabile tra Nord e Sud, senza perdere di vista la necessaria valorizzazione delle autonomie, la si deve porre in un’ottica di interesse nazionale unico e non particolare, ovvero legato ad obiettivi e pressioni delle singole regioni.

Per maggiori informazioni, il rapporto è consultabile al seguente indirizzo.

http://lnx.svimez.info/svimez/rapporto-2019-tutti-i-materiali/

Giovanni D’Errico

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