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Il metodo Srebrenica e la prospettiva del carnefice

Metodo Srebrenica | Autore: Ivica Dikic | Traduttore: Silvio Ferrari | Editore: Bottega Errante Edizioni | Collana: Estensioni | Anno edizione: 2020 | EAN: 9788899368685

AOSTA – Sul genocidio di Srebrenica, feroce vergogna per l’Europa intera, sono stati scritti fiumi di parole; poco, però, è conosciuto ai più. Come per un senso di colpa individuale (o, ancor peggio, un disinteresse omertoso), l’opinione pubblica ancora non sa fare i conti con cosa è accaduto in quella piega d’Europa, venticinque anni fa, nei giorni di metà luglio. È proprio questa la prospettiva innovativa che segue il giornalista Ivica Dikić in questa sua opera, Metodo Srebrenica, edita da Bottega Errante Edizioni; ovvero, analizzare la vicenda da una prospettiva interna, quella di chi materialmente organizzò e rese possibile il massacro di più di 8000 ragazzi, uomini, bambini musulmani, deportati e trucidati, e poi fatti sparire nella speranza di non esser più ritrovati, nemmeno nei loro corpi.

“Metodo Srebrenica”, che già dal titolo rivela un’agghiacciante pianificazione e organizzazione (che tanto richiama la “soluzione finale” della Shoah nazista) inizia con un interessante prologo metodologico, a firma dell’autore. Fallito qualsiasi tentativo di scrivere un romanzo sul genocidio, per la debolezza e l’inadeguatezza, da parte del narratore, di assumere un qualsiasi punto di vista interno – o esterno – alla vicenda, l’autore si è orientato verso un atteggiamento diverso, mutuato da un romanzo di Javier Cercas, “Anatomia di un istante”. La scelta del genere cadde sul “romanzo documentaristico”, nel solco di quel “A sangue freddo” di Truman Capote che è considerato quantomeno il primo esempio compiuto di non-fiction novel che tanto ha influito sugli scrittori che in seguito affrontarono questa stessa tecnica narrativa.

Sicché Ivica Dikić decide di concentrarsi non tanto sulle vittime, i musulmani bosniaci della zona di Srebrenica, quanto su chi, materialmente e con convinzione, si occupò della pianificazione del genocidio, il colonnello Ljubiša Beara, ripercorrendo le sue azioni, le sue decisioni, i suoi contatti e legami, ma anche narrando la sua vita precedente, quasi a voler ricercare altrove le ragioni di una crudeltà fredda e programmata che potrebbe non conoscere giustificazioni né alibi. E accade proprio questo, infatti, ovvero la mancanza assoluta di umana empatia, di comprensione per il succedersi degli eventi. Dikić realizza pienamente il suo intento di creare una narrazione in cui i fatti siano presentati il più dettagliatamente possibile, come in una cronaca, ma realizza squarci illuminanti e profondi, lunghissimi fendenti chirurgici, sulle interiorità di Beara, seguendolo passo dopo passo non solo nella sua carriera ma anche in quei terribili giorni di luglio del 1995. La serie di fonti a cui Dikić attinge è estremamente ricca e dettagliata; senza tralasciare alcun dettaglio, la cronaca di Dikić è estremamente diversa da quella di Emir Suljagić, autore di un altro testo fondamentale per conoscere il genocidio, “Cartoline dalla fossa. Diario di Srebrenica”. Già dal sottotitolo, con quella indicazione, “diario”, il testo di Suljagić si caratterizza per una marcata ricerca dell’aspetto più umano, narrando le storie delle vittime; Dikić prende in esame la meccanica della violenza, la raccontando per filo e per segno cosa accadde e chi fu coinvolto, non esitando al cospetto di nessun nome o ruolo, indicando puntualmente chi fu a prendere le decisioni, perché, secondo quali modalità.

Spesso ci dimentichiamo che un genocidio, oltre a riguardare le vittime, per le quali dovremmo tutti esser testimoni, come ricorda il vetro dell’ascensore (“You are my witness”) che, a Sarajevo, conduce fino al terzo piano del palazzo dove si trova la Galerija 11/07/95, luogo simbolo del ricordo e della memoria dell’eccidio; i genocidi sono, in realtà, preparati e organizzati, pianificati fin nei dettagli più macabri e impensabili. “Metodo Srebrenica” conduce, crudemente, proprio in questi luoghi dell’orrore: nella mente di chi pensò e fu chiamato ad agire, obbedendo chissà se solo a un comando o persino a un convincimento personale che non ammise sensi di colpa, né tentennamenti, né crisi etiche e morali.

Giulio Gasperini

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