Liberazione… arrendersi o perire?

Mi muovevo svelta tra i vicoli, con i bigliettini arrotolati e nascosti nel reggiseno, le medicine sotto la gonna e il cuore che scoppiava nel petto ad ogni rumore, ad ogni sguardo che attiravo da parte di un soldato, ma sapevo bene cosa dire se mi avessero fermata, le partigiane me l’avevano ripetuto.

Quella paura paragonata allo shock che tutti abbiamo subìto quando vedemmo un carro da bestiame pieno di ragazzi della nostra età, amici, compagni, parenti, che morivano fucilati o impiccati, era niente.

Corpi smagriti e straziati, smarginati e irriconoscibili davano tetri spettacoli in tutte le piazze a monito di cosa? Cosa dovevamo ricordare del nazifascismo? La follia. La cattiveria, di chi ci aveva privati della libertà, della vita, la scelleratezza che ci stava succhiando il sangue dalle vene. Intanto correvo sempre più velocemente da un luogo all’altro, così come mi avevano insegnato. Portavo informazioni, armi, viveri, vestiti, tutto quello che mi chiedevano.
Eravamo molto stanchi in quei giorni che non riuscivo a distinguere, sentivo le gambe turgide che si muovevano per inerzia molto spesso, ma la voglia di vivere, di resistere e reagire era più forte di qualsiasi stanchezza fisica.

A Genova come a Torino l’esercito era stato cacciato, ora toccava a noi. Ricordo che nelle teste c’era una sola eco “arrendersi o perire” e valeva per noi, come per loro. Ma noi che non volevamo arrenderci ne facemmo un grido di battaglia: colpimmo.

Mettemmo in pratica ciò che avevamo con cura preparato, fummo più forti dell’oppressore. Nessun riguardo contro chi non ne aveva mai avuto. Mi stavo agitando. Qualcosa al centro del petto pulsava forte nelle orecchie. Ero stremata dalle immagini confuse che passavano avanti ai miei occhi come in un photo frame.
Sentivo parole libere, risate, vedevo lacrime di gioia incorniciare sorrisi e le percepivo scendere sul mio viso. C’era confusione, c’era tumulto, foga, violenza. Ci abbracciavamo, saltavamo. C’eravamo tutti ed eravamo i vincitori.

***
Un brutto suono richiama poi la mia attenzione, a fatica mi stiro gli occhi, sono le 8.00 e questo è il 2016, non più il 1945. È il 25 aprile, ma non ci libera nessuno oggi dai bifolchi che per trend scelgono di essere fascisti, di essere contro i migranti.

Nessuno che riesca a cacciar via gli omofobi, i sessisti, i lagnoni che scelgono l’astensione al voto referendario perché “tanto che importa, è una presa in giro. Oggi c’è la partita di calcio, la pizza con gli amici”, ma non rinunciano al voto elettorale se gli danno il compenso. Oggi è la liberazione, ma di libero in questo Paese c’è solo l’ingresso al party in spiaggia.
Tanto che importa, il passato è passato, oggi è festa e i comunisti mangiano i bambini, meglio appoggiare chi li porta a letto o chi vorrebbe affogarli in mare.
Oggi è la liberazione e questa non è Roma città aperta. Spengo la sveglia e nella testa canto… “Bella ciao”.

Tina Iovine

photo credit: ANPI Brescia

Tina Iovine

Nata a Napoli nel Dicembre del 1991, disegnatrice casuale, raramente fumettista irriverente, insonne ed onnivora lettrice, curiosa ricercatrice. Manifesta sin dalla prima infanzia la propensione verso l’arte e la creatività a 360°, nel corso degli anni sviluppa la passione per il disegno e l’architettura di pari passo a quello per la letteratura e la scrittura. Frequenta inizialmente a malincuore il liceo classico che si rivelerà a studi conclusi un percorso formativo ricco di spunti. Approda poi, all’università perseverando nel dubbio delle scelte. Attiva nel volontariato dall'età di 16 anni, prende parte ad una serie di iniziative territoriali come socio di alcune Onlus e dall'aprile 2014 al Gennaio 2015 prende parte al progetto “Luci di Speranza”. Determinata eppure eterna indecisa che attende la propria vocazione di vita futura impegnandosi intanto, in tutto ciò che stimola la sua curiosità.

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