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Le Reti per la Pace confermano il loro NO agli F35

È ripartito, in maniera spinta, nei giorni scorsi il dibattito relativo ai cacciabombardieri F35. Forze politiche e stampa hanno dato ampio spazio nella loro agenda, sia pure quasi tutta occupata dall’emergenza sanitaria, alle analisi relative alla vicenda.

Il dibattito è sicuramente nato perchè stimolato dalla diffusione dei dati di spesa militare mondiale da parte del SIPRI e delle previsioni per la spesa militare italiana da parte dell’Osservatorio Mil€x oltre che delle organizzazioni aderenti alle Reti per la Pace.

Organizzazioni che, a riguardo di tutte le discussioni sorte negli ultimi giorni, tendono a puntualizzare alcuni elementi che risultano utilissimi al dibattito.

In particolare la Rete italiana per il disarmo, la Rete della Pace e la Campagna Sbilanciamoci che insieme promuovono da anni l’iniziativa contro gli aerei prodotti da Lockheed Martin hanno fatto sapere, in una nota congiunta. che «Accogliamo positivamente che si torni a parlare di questa spesa non solo inutile ma anche negativa, e che se lo si faccia in un contesto in cui si rende sempre più evidente come la vera difesa del nostro Paese e dei suoi cittadini non sia garantita dalle armi quanto da più sanità, scuola, welfare». 

Parole di apprezzamento sono giunte anche per l’iniziativa di alcuni senatori del Movimento 5 Stelle, prima firma del Sen. Ferrara, che nelle scorse ore hanno sottoscritto un’interrogazione al Ministro della Difesa Guerini per riaprire la questione anche a livello parlamentare.

«Riteniamo, invece, molto negative le chiusure che ne sono conseguite da parte di altri esponenti della maggioranza di Governo, così come ci è sempre sembrato negativo l’atteggiamento dello stesso Ministro Guerini su questo dossier. Fin dall’inizio del suo mandato l’On. Guerini si è schierato a favore dei cacciabombardieri nonostante una buona parte anche dell’elettorato del suo partito sia contro tale scelta».

Va ricordato, infatti, che a fine 2019 il Ministro ha deciso di sottoscrivere il primo dei contratti pluriennali previsti dal Programma Joint Strike Fighter, legando quindi l’Italia all’acquisto di 27 aerei con un esborso di oltre 3,5 miliardi proprio mentre gli stessi Stati Uniti riflettono sull’opportunità di ridurre il totale degli acquisti previsti e continuano a giungere notizie di costi aumentati e fuori controllo e di problemi tecnici.

«Ovviamente è del tutto legittimo che il Governo faccia le proprie scelte sulla questione». Ma, puntualizza la Rete: «sarebbe opportuno che il Governo finisse di fornire giustificazioni non vere ed usate solo come tentativo di diminuire le proprie responsabilità di fronte all’opinione pubblica e all’elettorato».

Nel mirino delle associazioni pacifiste le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di maggioranza (in particolare del Partito Democratico, cui appartiene lo stesso Ministro della Difesa) che «richiamano la presenza di “fantomatiche” penali di uscita dal programma. Sono fantasticherie che abbiamo avuto modo di smentire già 10 anni fa»

Smentita, tra l’altro, supportata – nel corso degli anni – da una serie di documenti della Corte dei Conti «che dimostrano una grave non conoscenza dei termini della questione da parte di chi invece ha un ruolo parlamentare importante (ma che forse preferisce i “luoghi comuni” non corretti)».

«Ribadiamo – continua la nota – che gli unici obblighi “definitivi” e che comportano l’impossibilità pratica di un cambio di direzione si hanno solo al momento della sottoscrizione dei contratti di acquisto finali per ciascun velivolo, ed è forse per questo che il Ministro Guerini si è affrettato in pochi mesi ad apporre la sua firma al nuovo blocco pluriennale di produzione completamente ignorando il percorso di approfondimento sul dossier effettuato dal Governo Conte I (e mai messo a disposizione del Parlamento, che non ha potuto discutere alcun nuovo dato)».

Le stesse valutazioni di inconsistenza si possono rivolgere ai fantomatici “accordi internazionali” che sono stati evocati come vincolanti, o un ipotizzato e mai dimostrato legame tra l’acquisto degli F-35 e la capacità di essere ascoltati dagli alleati (Stati Uniti in testa).

«Sono ovviamente collegamenti labili e non diretti, mentre ricordiamo a tutti che secondo l’accordo di base (MoU) del Joint Strike Fighter è consentito agli stessi Stati Uniti di uscire dal Programma. Sarebbe più serio prendersi le proprie responsabilità di linea di politica estera senza legarle in maniera spuria a questioni di procurement militare. Da parte nostra continuiamo a chiedere che ci sia un cambio di rotta (non solo su questo specifico investimento per armamenti) e che finalmente le forze politiche smettano di essere autoreferenziali sulla questione delle spese militari ma ascoltino quanto chiede la maggioranza dell’opinione pubblica che vuole più ospedali e meno armi».

«In questo senso – concludono le organizzazioni – rinnoviamo l’invito al Ministro della Difesa (ricordandogli i suoi appelli del passato a favore delle Marce della Pace e per una interlocuzione positiva con il movimento pacifista) e a tutto il Governo di rendere possibile un confronto con le nostre organizzazioni e con i cittadini che rappresentiamo, ascoltando quelle che da sempre sono non sono posizioni ideali ma anche riflessioni e analisi corroborate da dati ed elementi concreti».

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