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“Non sono soli i Dakota”, DAPL: storia di uno scempio ambientale

“Credo a nu solo dio
padre e nessuno ma figlie do mio
Credo alla Madre Terra,
se la rispetti parla.
Già l’ate accisa na volta
non ci provate mai più.
Non sono soli i Dakota,
ca simmo tutti Sioux”…

Così cantavano nel luglio 2017 i ‘Terroni Uniti‘, che si sono uniti alla causa delle popolazioni indigene che vivono tra il North Dakota e il South Illinois. All’inizio del 2016 queste popolazioni indigene hanno cominciato la protesta ‘NODAPL‘ (No Dakota Access Pipeline) contro la costruzione di un oleodotto che rappresenta una minaccia per l’approvvigionamento d’acqua e viola una terra considerata sacra. Nei pressi della riserva di Standing Rock i ‘Water Protectors‘ hanno per mesi difeso la terra di cui si sentono i custodi e hanno quindi protetto l’acqua che è vita.

Le notizie recenti, risalenti a marzo di quest’anno, ci dicono che il tribunale federale di Washington ha revocato i permessi dell’oleodotto, la cui costruzione, è iniziata nel giugno del 2016 ed è terminata ad aprile dell’anno dopo. Il 14 maggio 2017 il primo barile di petrolio ha percorso il Dakota Access Pipeline e il primo giugno l’oleodotto è diventato operativo. Il progetto è costato 3,78 miliardi di dollari circa.

I primi a opporsi alla costruzione dell’oleodotto sono stati i nativi d’America della tribù Meskwaki, poi si sono presto unite alla protesta le tribù dei Dakota Sioux di Standing Rock e Cheyenne River, dato che il serpente metallico che trasporta il greggio taglia i luoghi sacri delle comunità, che sono all’interno di riserve protette e che dovrebbero essere intoccabili, ma a quanto pare, non lo sono. Secondo le tribù, l’oleodotto minaccia l’acqua, la terra, il popolo e lo stile di vita dei nativa americani. Nel 2015 c’è stata una verifica ambientale che ha autorizzato l’inizio dei lavori. Le varie tribù, Dakota Sioux per primi, hanno protestato per anni fino a quando è stato accolto il ricorso giudiziario.

Ma non solo le tribù native si sono opposte al progetto dell’oleodotto, anche altre persone, tra cui numerosi agricoltori, sono preoccupati dall’erosione del suolo e dalla riduzione della fertilità, verificatasi dopo la realizzazione dell’oleodotto. E nel momento in cui dovesse esserci un allagamento o la pipeline avesse una perdita si verificherebbe sicuramente un disastro ambientale di enorme portata.

Greenpeace e lo Science and Enviromental Health Network, insieme a 160 scienziati, hanno firmato, a suo tempo, una petizione, rimasta inascoltata, contro il Dakota Access Pipeline. Il pericolo principale è che una perdita di petrolio nel fiume Missouri possa essere deleteria visto che questo fiume è fonte di acqua potabile per milioni di americani.

Dunque il tribunale federale di Washington ha deciso di far condurre una nuova analisi ambientale. Si spera che quest’analisi dimostri che l’oleodotto è un pericolo per l’ambiente, la terra, l’approvvigionamento d’acqua, i popoli delle tribù di nativi americani e per tutti i cittadini statunitensi della zona. Ma è un progetto che già negli ultimi anni ha coinvolto e coinvolge più di 4 mila lavoratori e sposta milioni di dollari di profitto tra produttori, fornitori e consumatori. Difficilmente il lungo serpente sarà abbattuto, non rispettando i popoli che protestano per la vita e i tanti cittadini dei territori interessati, tra cui gli agricoltori. Ancora una volta il dio denaro, probabilmente, avrà la meglio, in barba, oltre a tutte le persone interessate, anche alla “madre terra”, che, “se la rispetti parla”.

Federica Massari

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