Si allunga la lista delle morti sul lavoro. Di lavoro non si può morire.

AGGIORNAMENTO – Il giovane si chiamava Abdellah Rahali, ed era arrivato dall’Algeria con il desiderio di una vita migliore. Frequentava la mensa diocesana della Caritas di Aversa, i volontari raccontano che era sempre gentile e sorridente, con il volto carico di speranza.

C’è una lista che si allunga ogni giorno in Italia. È la lista delle morti sul lavoro.
Non fa rumore. Non apre quasi mai i telegiornali. Non provoca crisi di governo.
Eppure continua a crescere.

L’ultimo nome – che forse non conosceremo mai – è quello di un ragazzo di 27 anni morto a San Marcellino, nell’Agro Aversano. Un lavoratore migrante, senza documenti, precipitato da circa quindici metri mentre svuotava uno stabile.

Un piano senza ringhiere. Un lavoro senza protezioni. Un cantiere senza autorizzazioni.
Non è solo una tragedia. È un sistema criminale.

Un sistema dove il lavoro nero incontra la disperazione. Dove la precarietà incontra la ricattabilità.
Dove la fragilità dei migranti diventa il terreno perfetto per lo sfruttamento.

Perché quando non hai documenti, non hai diritti. Quando non hai diritti, non puoi dire no.
E quando non puoi dire no, qualcuno può permettersi di farti lavorare senza sicurezza.

E così accade che si muoia per guadagnare poche decine di euro. I sindacati parlano di precarietà, lavoro nero, assenza di sicurezza. Parole che ormai suonano come un rituale.

Ma la verità è semplice.
In Italia si continua a morire di lavoro perché qualcuno guadagna dalla mancanza di sicurezza.

Ogni volta promettiamo più controlli. Ogni volta promettiamo più leggi. Ogni volta promettiamo che non succederà più. Poi succede ancora.

E ancora. E ancora.

Un ragazzo senza nome cade da quindici metri in un cantiere abusivo. E la lista si allunga.

Il lavoro dovrebbe dare dignità. Non dovrebbe mai diventare una condanna a morte.

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