Non sono stati uccisi da un’improvvisa fatalità, né da una generica “lite tra stranieri”. Amin, Ullah, Safi e Waseem – quattro giovani ragazzi afghani – sono stati bruciati vivi all’interno di un minivan in una stazione di servizio ad Amendolara, sulla Statale 106. La loro colpa? Aver preteso ciò che spetta a ogni essere umano: il pagamento del lavoro svolto nelle campagne della Sibaritide e un contratto regolare.
Trentadue anni il più grande, una vita di fatiche per 350 euro al mese, di cui una parte trattenuta dai caporali per il trasporto verso i campi di fragole. Taj Mohammad Alamyar, l’unico sopravvissuto fuggito dalle fiamme sfondando un finestrino, ha raccontato l’orrore: “I soldi non ce li davano. Dicevano che avevamo vitto e alloggio, secondo loro bastava”. Una testimonianza che squarcia il velo su una “mafia transnazionale” che unisce sfruttatori stranieri e interessi locali in un abbraccio mortale.
La Procura di Castrovillari ha fermato due connazionali delle vittime, ma la responsabilità non si ferma alle manette. Come denunciato con forza da Monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio: “Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere o povere. Chiedo allo Stato di esserci prima del sangue: nelle campagne, negli alloggi indegni, nelle filiere opache”.
In Calabria si stimano tra gli 11 e i 12 mila lavoratori irregolari nel settore agricolo (dati CNR-Ismed). Lo sfruttamento non è un’anomalia, ma un sistema strutturale: il VI Rapporto “Altro Diritto” registra un aumento del 50% dei casi di sfruttamento lavorativo nell’ultimo anno. Le vittime di Amendolara lavoravano in una “zona grigia” dove i contratti, quando presenti, sono solo paraventi formali per coprire il cottimo e il ricatto.
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