Non è stata solo la richiesta del salario a scatenare la furia omicida dei caporali ad Amendolara, ma la pretesa di un briciolo di dignità abitativa. È quanto emerge dall’ordinanza del GIP che ha convalidato il fermo dei due cittadini pakistani di 32 anni accusati di aver bruciato vivi quattro giovani connazionali e afghani.
I quattro braccianti sono stati uccisi perché avevano osato protestare, stanchi di essere ammassati in dieci all’interno di un unico, fatiscente bilocale a Villapiana.
Il documento del giudice conferma la natura punitiva e l’agghiacciante premeditazione della strage. Il sovraffollamento forzato, utilizzato dai caporali per abbattere i costi e massimizzare il profitto sulla pelle dei lavoratori, era diventato insostenibile.
La protesta dei braccianti contro quella prigionia mascherata da alloggio è stata letta dai vertici della rete criminale come un atto di insubordinazione da punire con la morte, per lanciare un segnale a tutti gli altri invisibili della filiera.
Mentre le indagini proseguono per individuare i mandanti e i complici della “zona grigia” locale, l’ordinanza del GIP trasforma questa tragedia in una radiografia nitida della riduzione in schiavitù. Gli alloggi degradati non sono un dettaglio di contorno, ma il pilastro stesso del sistema del caporalato.
La coabitazione forzata e in condizioni igieniche disumane è una costante nei territori a forte densità di manodopera straniera nella Sibaritide. Come rilevato dal CNR-Ismed e dai sindacati, il controllo totale della vita del bracciante (dal trasporto al posto letto) permette ai caporali di azzerare l’autonomia delle vittime, rendendole totalmente dipendenti ed esposte al ricatto giuridico ed economico.
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